Organizza: la Pro Logo del paese

Logo di Brainfloss, MINESenza un motivo particolare, stamattina stavo dando un occhiata ai già segnalati “Logo Trends” del 2005, ovvero delle particolari risoluzioni comuni alle diverse crisi d’ identity.
Scorgendo il mese della sua pubblicazione (aprile) mi sono chiesto se un qualcosa di simile fosse stato pubblicato anche quest’anno, scoprendo poco dopo un quasi nuovo di zecca Logolounge.com – The 2006 Report By Bill Gardner.
Per porre rimedio alla inusuale, gravissima assenza di una classifica, ecco le mie personali liste di gradimento: i primi tre sono stati premiati con un prestigioso – nonchè invidiabile – grassetto.
2005

2006 (nota: sito rinnovato, ma ancora con un template con tabelle annidate. A conferma di come, molto spesso, la grafica non vada di pari passo con il web design – o viceversa)

Sarà perchè un marchio deve poter essere stampato su materiali diversi e quindi avere una buona risoluzione anche in bianco e nero, non ho molta simpatia per i loghi con più di due colori, ne tantomeno per quelli in tre dimensioni. Al contrario, mi hanno convinto l’exploit delle linee ed i colori rozzi, vissuti, sporchi ma non per questo disordinati riconducibili all’amato [Lettore abituale: “Azz, eccolo lì…”] worn look – anche se sono perplesso sulla loro resa in vettoriale.
Se cercate anche i trend appartenenti agli anni passati, queste si trovano nell’apposita sezione sul sito Logogounge.com. Per un introduzione alle tecniche di realizzazione di un logo, invece, vi segnalo inoltre l’ottimo articolo di Drew Yates “How to improve your logo” ed il sempre valido “Creare un logo” di Rossella Facchini.

Si è accennato di mode e di forme, sfumature e colori (non dimentichiamo la tipografia) adatti per costruire dei simboli accattivanti, ma non della funzione principale di questi ultimi, ovvero il compito di “vestire” i nomi associati – nella maggiorparte dei casi – ad un’azienda ed ai propri prodotti.
Molto spesso più l’azienda aumenta di dimensione, più l’azienda gestisce dei grossi interessi e maggiori solo le possibilità che i meccanismi che si muovono al suo interno siano alquanto “oscuri”. Un logo esteticamente eccellente non rispecchierebbe così la vera anima che l’azienda stessa – aggiungendoci una massiccia dose di pubblicità – vorrebbe nascondere.
Riguardo i loghi -o più in generale la grafica- non sono niente di più che un semplice appassionato, ma talvolta mi sono chiesto: se un azienda mi promettesse un sacco di soldi per costruirne l’ ‘immagine’, ed io fossi consapevole che quella stessa azienda -ad esempio- fosse stata condannata per frode fiscale e sfruttamento del lavoro o sia stato verificato che i suoi prodotti provochino dei danni irrimediabili al nostro corpo, accetterei ugualmente l’incarico?
Probabilmente cercherei ispirazione nel First Things First, Manifesto 2000, un documento firmato da 33 importanti graphic designers, art directors e visual communicators insieme per fare il ‘punto della situazione’ sul proprio ruolo nel mondo del comunicazione e del commercio.
In questa vecchia pagina ho ritrovato la traduzione in italiano, di Giovanni Lussu, che riporto qui sotto integralmente.

Noi, qui sottoscritti, siamo progettisti grafici, art director e comunicatori visivi cresciuti in un mondo nel quale le tecniche e gli apparati della pubblicità ci sono stati persistentemente presentati come l’uso più lucrativo, efficace e desiderabile dei nostri talenti. Molti insegnanti e mentori promuovono questa credenza; il mercato la premia; una marea di libri e di pubblicazioni la rafforza. Incoraggiati in questa direzione, molti progettisti applicano quindi le loro capacità e la loro immaginazione a vendere biscotti per cani, caffettiere firmate, diamanti, detersivi, creme per capelli, sigarette, carte di credito, scarpe da jogging, birra leggera e fuoristrada. Il lavoro commerciale ha sempre pagato le fatture, ma molti grafici hanno ora lasciato che esso sia in larga misura tutto ciò che i grafici fanno. È questo il modo, d’altra parte, in cui il mondo percepisce la grafica. Il tempo e l’energia della professione sono usati per fabbricare domanda per cose che, al meglio, sono inessenziali. Molti di noi si trovano sempre meno a proprio agio con questo modo di vedere la progettazione. I progettisti che dedicano i loro sforzi alla pubblicità, al marketing e allo sviluppo delle brand image appoggiano, e implicitamente sottoscrivono, un ambiente mentale così saturo di messaggi commerciali da cambiare radicalmente il modo in cui il cittadino-consumatore parla, pensa, sente, reagisce e interagisce. In qualche misura stiamo tutti collaborando a un codice pubblico di comunicazione riduttivo e incommensurabilmente dannoso. Ci sono applicazioni più valide, per le nostre competenze di risoluzione dei problemi di comunicazione. Situazioni critiche senza precedenti, ambientali, sociali e culturali, richiedono la nostra attenzione. Interventi culturali, campagne sociali, libri, riviste, mostre, strumenti educativi, programmi televisivi, film, cause di beneficenza e altri progetti basati sull’informazione richiedono urgentemente la nostra esperienza e il nostro aiuto. Proponiamo un rovesciamento delle priorità a favore di forme di comunicazione più utili, più durevoli e più democratiche – una svolta dal marketing di prodotto verso l’esplorazione e la realizzazione di un nuovo tipo di significato. Il campo di discussione si sta restringendo; esso deve espandersi. Il consumismo si propaga indisturbato; esso deve essere sfidato da altre prospettive, espresse almeno in parte per mezzo dei linguaggi visivi e delle risorse della progettazione. Nel 1964 ventidue comunicatori visivi firmarono l’appello originale per un’utilizzazione più valida delle nostre competenze. Con la crescita esplosiva della cultura commerciale globale, il loro messaggio è solo diventato più urgente. Oggi noi rinnoviamo il loro manifesto, auspicando che non passino altri decenni prima che esso sia assunto.

Penso che oltre che ai grafici lo stesso discorso possa essere esteso agli altri “creativi” (e non) che lavorano all’interno di – o per le – aziende, come ad esempio web developer o copy writer.
A che punto la propria “morale” va a collidere con la “moneta”? Le vostre esperienze a riguardo sono sempre ben accette.

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