DFW

Ho comprato Infinite Jest nel 2002, in una libreria di Pisa sul lungarno in cui c’erano dei libri invenduti a prezzo scontato (€ 17.30 al posto di € 24,79 al posto di 48.000 lire), e si trattava del tomo di cui avevo sentito parlare due anni prima, in occasione della sua traduzione italiana, su un settimanale in allegato ad un quotidiano. L’ho tenuto nella pellicola l’originale, trasportandolo miei vari traslochi come il bilanciere preistorico in Super Fantozzi, fino al 2006 quando ho deciso di aprirlo. Fino ad oggi è stata sempre la prima scelta nei consigli per la lettura a tutti quelli che me li richiedevano, e 9 volte su 10 mi sono sentito rispondere: “Ah, non conosco David Foster Wallace.”
Ora che una marea di blogger ha riversato i propri RIP e le librerie sono pronte ad esporre delle pile di “La ragazza dai capelli strani”, mi sento un pò come il cugino di paese che ha sempre difeso dai pretendenti quella ragazzina che qualche anno più tardi è diventata Miss Italia o il vecchio allenatore di pugilato che ha preso quel ragazzo gracilino dicendogli “Forza Giannipiero, devi credere in te stesso!”, ed una volta che il proprio pupillo è diventato una grande promessa e fila dritto verso le olimpiadi viene abbandonato a discapito di un giovane allenatore di una palestra più ricca, o l’insegnante di lettere che non viene minimamente citato quando il suo alunno devoto vince l’oscar per la sceneggiatura etc.

Si chiedono tutti cosa abbia portato Wallace a suicidarsi a 46 anni.

E’ semplice, si chiama procrastinazione.

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